Pubblicato da: UMBERTO | febbraio 14, 2008

Un confronto interessante tra gli stipendi degli europei

Salari, l'Italia lontana dall'Europa

 

Per qualche esperto il segnale che poco a poco ci stiamo di fatto allontanando dall’Europa è tutto lì, da quei salari dei lavoratori italiani, che nella pratica quotidiana sono sempre più lontani da quelli degli altri paesi, stentano a crescere in rapporto all’aumento dei prezzi e spediscono l’impiegato e l’operaio italiano agli ultimi posti in classifica. Che le cose da tempo si siano messe male per i redditi da lavoro nel nostro paese viene ormai ripetuto da più parti. Una delle voci più autorevoli, in questo senso, è quella dell’istituto di ricerca Eurispes, che con molta pazienza ha preso carta, penna e calcolatrice e ha fatto un confronto a dir poco impietoso.

Cosa emerge?

Se in Gran Bretagna la busta paga per lavoratori dipendenti dal 2000 al 2005 è cresciuta del 27,8%, in Italia la crescita è stata appena del 13,7% (mentre la media europea è del 18%). Solo la Germania e la Svezia hanno visto crescere meno i salari, ma godono di retribuzioni molto più sostanziose in origine. Perché anche sotto il profilo del potere di acquisto, andiamo maluccio in Europa, l’Italia è davanti solo al Portogallo. Ha pesato, secondo lo stesso istituto, l’inflazione che di fatto “ha prosciugato i salari” del nostro paese. Ma andiamo con ordine. Secondo la ricerca la Gran Bretagna ha visto una netta crescita dei suoi salari, che poi anche in termini di potere di acquisto si piazzano al primo posto in Europa. Tenere conto del potere di acquisto significa, in breve, non guardare solo sulla carta il valore teorico di quanto si guadagna ma poi prendere un paniere di beni e vedere che cosa può permettersi concretamente un lavoratore nel suo paese. Ecco quindi che il valore del salario inglese “reale” è di oltre 28mila euro netti annui, in Italia crolliamo a 16mila euro, mentre in Germania, Irlanda e Olanda si viaggia allegramente sopra i 20mila euro ogni anno.

CRESCITA DEI SALARI 2000-2005
Crescita del salario lordo nei principali paesi dal 2000 al 2005 (Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Eurostat e Istat)

1. Gran Bretagna

+27,8%

2. Norvegia             

+25,6%

3. Olanda              

+21,3%

4. Finlandia          

+21,1%

5. Francia              

+17,5%

6. Spagna               

+17,2%

7. Portogallo           

+16,6%

8. Danimarca            

+16,0%

9. Belgio               

+15,9%

10. Italia

+13,7%

11. Germania             

+11,7%

12. Svezia                

+7,7%

SALARI E POTERE D’ACQUISTO IN EUROPA
Livello del salario annuo netto del lavoratore dipendente, senza carichi di famiglia, nel 2006, in euro a parità di potere d’acquisto (Fonte: Elaborazione Eurispes su dati Ocse)

1. Gran Bretagna        

28.007

2. Olanda                

23.289

3. Germania             

21.235

4. Irlanda              

21.112

5. Finlandia            

19.890

6. Danimarca            

18.735

7. Francia              

19.731

8. Belgio               

19.729

9. Spagna                

17.412

10. Grecia               

16.720

11. Italia               

16.242

12. Portogallo           

13.136

Una analisi tristemente confermata anche da altre fonti. Ad esempio l’Ires Cgil, l’ufficio studi sull’economia del più importante sindacato italiano, ha spiegato a sua volta che tra il 2000 e il 2005 i salari “reali” hanno registrato un calo del potere d’acquisto di circa 1.210 euro. Se a questi poi si somma la mancata restituzione del fiscal drag, pari a 686 euro, la perdita dal 2002 al 2005 si attesta a 1.896 euro. La perdita maggiore – si legge nel rapporto – si è registrata tra il 2002 e il 2003, mentre dal 2005 il potere d’acquisto ha recuperato terreno.

L’Ires fa anche una serie di calcoli circa l’andamento dei salari rispetto al tipo di occupazione ricoperta.

Calcolo della perdita/guadagno cumulato del potere d’acquisto dei redditi netti reali familiari per condizione professionale del capofamiglia
Fonte: elaborazioni Ires Cgil su dati Banca d’Italia

Media mensile (2007)

Perdita/guadagno (euro)

Euro

Rispetto media

2002-2007

Italia (media nazionale)

2.662  

100

Imprenditori e liberi professionisti

5.350

201

+11.984

Impiegati

2.370

100

3.047

Operai

1.929

72

2.592

I motivi? Secondo i sindacati i continui ritardi nei rinnovi contrattuali, la mancata distribuzioni della nuova ricchezza prodotto negli ultimi 15 anni e anche più. Ma qualcuno punta il dito anche contro la scarsissima possibilità per i lavoratori italiani di poter contrattare condizioni favorevoli, in larga parte dovuto a un sistema del tutto inesistente di protezione sociale che aiuti chi è senza lavoro. Tradotto, se un lavoratore sa di poter godere di un sostanzioso aiuto pubblico da disoccupato, allora ha maggiore forza nel contrattare un salario più ricco, perché non vive nel terrore di perdere il poco che guadagna.

Già, perché come se non bastasse, l’Italia risulta essere agli ultimi posti anche per il livello di sussidi ai disoccupati tra i paesi che aderiscono all’Ocse. Anzi, per essere precisi, siamo all’ultimo posto, abbiamo il record in negativo.

L’Ocse, infatti, ha calcolato in un suo rapporto il valore degli aiuti ai senza-lavoro di lungo termine, in media, al netto delle tasse, includendo non solo l’assegno di disoccupazione vero e proprio ma anche l’assistenza sociale e gli eventuali aiuti per casa e carichi di famiglia.

Nel nostro paese il tasso di sostituzione, rispetto al salario medio, è inferiore al 10%, siamo lontani anni luce anche dagli iperliberisti Stati Uniti, comunque al quart’ultimo posto ma con un livello di benefici che sfiora il 30%.

Non parliamo poi di quanto siamo distanti dai paesi nordici: al primo posto la Danimarca in cui questo indice, che misura il “tasso di generosità” del welfare nei confronti dei disoccupati sfiora addirittura l’80% del salario media.
Nella media di tutti i paesi che aderiscono all’Ocse il tasso di sostituzione per i disoccupati da oltre 60 mesi (che indica un po’ quanto ci si rimette a rimanere senza lavoro) è calato, passando dal 59% del 2001 al 55% del 2005 (37% se si considera il solo assegno di disoccupazione senza altri benefit sociali). Nonostante questo il nostro paese fa ridere chiunque su questo fronte così delicato.

L’Ocse fa notare che nell’ultima riforma del lavoro, per esempio il sussidio dei disoccupazione per gli under-50 è passato mediamente dal 40 al 50% del salario di riferimento. E così il cosiddetto tasso di sostituzione per i disoccupati e’ passato mediamente dal 5% al 14%.

Ma se poi si mettono insieme altri fattori (aiuti per la casa o carichi familiari) la media scende appunto sotto il 10%. Ad incidere soprattutto il fatto, spiega l’Ocse, che in Italia (come anche in Grecia e Turchia) i sussidi per i disoccupati di lungo termine “sono molto bassi o inesistenti”.

DISOCCUPATI, QUANTO SUSSIDI E WELFARE INTEGRANO SALARI
Classifica dei paesi Ocse in cui è più alto per un disoccupato da oltre 60 mesi il tasso di sostituzione rispetto al salario (la media tiene conto non solo del sussidio di disoccupazione ma anche degli altri benefit legati al welfare. La classifica inoltre considera, e fa una media, quattro differenti tipologie di famiglie) Fonte: Ocse (anno 2005)
(tasso di sostituzione medio al netto delle tasse)

1.    Danimarca           

79%

2.    Svizzera            

75%

3.    Irlanda             

73%

4.    Islanda             

73%

5.    Finlandia           

72%

6.    Norvegia            

71%

7.    Paesi Bassi         

71%

8.    Lussemburgo         

70%

9.    Svezia              

70%

10.   Austria             

62%

11.   Belgio              

62%

12.   Germania            

62%

13.   Regno Unito         

62%

14.   Francia             

61%

15.   Portogallo          

61%

16.   Polonia             

59%

17.   Repubblica Ceca 

58%

18.   Giappone            

57%

19.   Canada              

54%

20.   Australia           

51%

21.   Nuova Zelanda       

51%

22.   Spagna              

49%

23    Ungheria                      

42%

24.   Corea                            

41%

25.   Slovacchia                    

38%

26.   Stati Uniti         

30%

27.   Grecia                          

24%

28.   Turchia                            

8%

29.   ITALIA              

7%

MEDIA OCSE

55%

 

by MiaEconomia®

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